La Tate Britain ed il museo multisensoriale

Tate sensorium

Su “La Repubblica” del 6 settembre, a pag. 46, è presente un articolo decisamente interessante di Pietro Del Re, “Cinque sensi per scoprire un quadro“, nel quale si dà conto di una mostra attualmente in corso presso la Tate Britain di Londra dal titolo “Tate Sensorium“.

La riflessione dalla quale sono partiti gli ideatori della mostra appare piuttosto intrigante:

“Galleries are overwhelmingly visual. But people are not – the brain understands the world by combining what it receives from all five senses. Can taste, touch, smell and sound change the way we ‘see’ art?”

La risposta a questo interrogativo ha portato all’ideazione di questa esposizione temporanea, di tipo multisensoriale:  la mostra è stata infatti concepita proprio per coinvolgere non solo la vista ma anche tutti gli altri quattro i sensi (tatto, udito, olfatto e gusto) del visitatore, che generalmente risultano poco – o per niente – stimolati durante la fruizione museale di tipo tradizionale.

Questa mostra ha peraltro vinto l’IK PRIZE 2015, con il quale viene premiata annualmente, grazie a risorse finanziarie messo a disposizione da una famiglia di filantropi britannici – 10.000 sterline per il progettista e 60.000 sterline di budget per la realizzazione – un’idea basata su tecnologie innovative ritenuta in grado di aiutare il pubblico a fruire in modo nuovo le collezioni della Tate.

Gruppi composti da solo quattro persone possono dunque entrare nello spazio espositivo ed osservare quattro quadri, che fanno parte della collezione permanente del museo, accompagnati nella loro esperienza di fruizione da suoni, sapori, odori e sensazioni tattili.

La lettura di questo articolo mi ha indotto a riprendere il primo libro che ho scritto nel 1998 sulla gestione dei musei: ricordavo infatti di aver intitolato un paragrafo – per l’appunto – “la dimensione multisensoriale”, nel quale osservavo:

“La nuova concezione del museo si esprime, in maniera visibile, soprattutto attraverso l’utilizzo di apparati espositivi in grado di esaltare non solo la multidimensionalità degli oggetti esposti ma anche la “multisensorialità” dell’esposizione: in altre parole, si tende a ridurre il diaframma percettivo legato all’uso esclusivo della vista stimolando anche, ove naturalmente questo si renda possibile senza compromettere l’integrità dell’opera, la dimensione tattile”.

Il riferimento principale, nel ragionamento che avevo sviluppato all’epoca, era naturalmente alla dimensione tattile, considerando che nei musei italiani non erano infrequenti forme di ausilio alla visita per visitatori non vedenti o ipo-vedenti. La dimensione uditiva veniva (e viene) invece utilizzata per altre forme di supporti (tipicamente, le audio-guide) o di servizi, come accade per le visite guidate.

In un prossimo futuro, questo scenario – che in realtà non si è poi così modificato negli ultimi venti anni – credo sia invece destinato a mutare profondamente, in particolare grazie alle possibilità offerte dalle tecnologie digitali: già oggi molti musei hanno realizzato delle app, attraverso le quali vengono messi a disposizione del visitatore, in forma gratuita ed in modo molto semplificato, contenuti multimediali di vario genere (testi, immagini, file audio, brevi video), che possono risultare di grande utilità nel migliorare l’esperienza di fruizione. Nel giro di qualche anno, è ragionevole attendersi che saranno sempre più diffuse le applicazioni di realtà aumentata (o di realtà virtuale) ed altre forme di ausilio alla visita basate sull’affermazione della cd. Internet of Things.

In generale, sono dell’idea che il museo non debba perseguire a tutti i costi le novità offerte dallo sviluppo tecnologico, in particolar modo quando il proprio personale non è in grado di gestirle in modo adeguato: basta pensare al modo spesso goffo (e quindi del tutto controproducente) con il quale sono gestiti i social media da parte di numerosi musei italiani.

D’altro canto, però, anche per i musei non è possibile restare indifferenti, ed inerti, rispetto ai continui cambiamenti che investono – non solo dal punto di vista tecnologico ma anche sotto il profilo economico, politico, demografico, etc. – la società attuale.

In altri termini, occorre che i musei sviluppino una propensione all’ascolto, sia nei confronti del contesto sociale e territoriale del quale fanno parte, sia nei confronti del loro pubblico (attuale e potenziale, reale e digitale) che modifica continuamente i propri stili di vita, le scelte di utilizzo del tempo libero, le modalità di accesso all’informazione ed i processi di apprendimento.

La sperimentazione della Tate Britain rappresenta dunque una sperimentazione “estrema”, e come tale va interpretata, ma offre un prezioso spunto di riflessione sul modo in cui un museo – come qualsiasi altra istituzione culturale – deve, oggi, definire le proprie logiche di azione, liberandosi della pericolosa tendenza a replicare i propri comportamenti passati in modo inerziale ed acquisendo la voglia – e la forza – di mettersi in discussione, di aprirsi a nuove forme espressive, a nuovi supporti tecnologici, a nuovi saperi.


Internet resources: Tate sensorium

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Informazioni su Ludovico Solima

Professore associato in Economia e gestione delle imprese | Titolare della cattedra di Management delle Imprese Culturali | Dipartimento di Economia | Università della Campania "Luigi Vanvitelli"
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